di Marta Vomiero
Tre anni dopo torniamo a parlare di San Giorgio in Bosco. Il paese, in seguito alla mobilitazione del 2022 – l’estate più calda e secca degli ultimi decenni – si sta impegnando in una nuova battaglia contro la proposta di ampliamento dello stabilimento avanzata da San Pellegrino e AQua Vera S.p.A. Ne abbiamo parlato con Sebastiano Rizzardi di San Giorgio Bene Comune.
Acqua passata. Dove eravamo
La Strada Statale 47 della Valsugana, circa 30 km a Nord di Padova, taglia a metà il centro di un piccolo paese di provincia. Siamo a San Giorgio in Bosco, 6300 e rotti abitanti, tanti campi, tante stalle. Ospita pure il colosso industriale dell’imbottigliamento in plastica. La presenza della Vera a San Giorgio in Bosco risale al 1979; per chi volesse rinfrescarsi la memoria sulla cronologia e i dati tecnici della vicenda, ne abbiamo parlato qui nell’agosto 2022.
Quell’estate è stata un momento decisivo per la mobilitazione. La nuova società titolare del marchio, AQua Vera S.p.A., aveva messo in campo un progetto per costruire un nuovo stabilimento di 16 mila metri quadri a fianco di quello storico, ora in capo a Nestlé San Pellegrino. La maggioranza alla guida del Comune – all’epoca era il primo mandato di Nicola Pettenuzzo, Lega, rieletto con le ultime comunali nel 2024 – si era interfacciata con la proprietà in maniera ampiamente possibilista. Tutto questo avveniva proprio nell’estate più secca degli ultimi decenni, proprio in una delle province a più alto consumo di suolo in Italia. La questione ha avuto da subito una risonanza straordinaria. Sono state più di 200 le persone che hanno partecipato all’incontro informativo organizzato dall’opposizione di allora e più di 2000 le firme raccolte online nelle settimane successive. Numeri impressionanti per un paese come San Giorgio in Bosco. Tale manifestazione di dissenso non poteva venire ignorata: la maggioranza si è spaccata e in effetti lo stabilimento non si è fatto. Per il momento.
Piove sul bagnato. La nuova proposta di stabilimento
Nel luglio 2025, infatti, in Provincia si è tenuta una conferenza interlocutoria sulla domanda di permesso di costruire in variante allo strumento urbanistico generale presentata dalle ditte AQua Vera S.p.A. e Sanpellegrino S.p.A. con l’obiettivo di convertire più di 43mila metri quadri di terreno da agricoli a produttivi. Il nuovo stabilimento prevede un magazzino delle materie prime, un reparto imbottigliamento e confezionamento con capacità di 44mila bottiglie all’ora, un magazzino del prodotto finito. Porterebbe, dichiara AQua Vera in una relazione illustrativa, 35 posti di lavoro e 1,8 milioni di euro a rate al comune. Inoltre promette di non superare il 50% della quantità di acqua estratta prevista dalla concessione regionale di 100 litri al secondo. Sebbene negli ultimi anni la quantità d’acqua emunta si sia aggirata attorno al 30% del limite, si tratta comunque di numeri e volumi enormi: tra i 300 e i 500 milioni di litri d’acqua emunti e tra i 229 e i 400 imbottigliati ogni anno. È difficile anche solo raffigurare mentalmente la quantità di bottiglie di plastica prodotte e utilizzate. Per farci un’idea dell’ordine di grandezza, ci viene in aiuto un’immagine riportata dagli attivisti dei movimenti per l’acqua bene comune; immaginate di posizionare idealmente 100 bottiglie di plastica una a fianco all’altra in una strada larga un metro: con le bottiglie uscite dalla Vera in pochi anni anni si coprirebbe più della circonferenza terrestre, 40mila chilometri. Acqua che comunque viene pagata una miseria alla Regione, un euro e cinquanta per mille litri emunti.

Oltre all’impatto ambientale – già gravissimo – dobbiamo considerare i danni sociali del nuovo stabilimento: a San Giorgio in Bosco l’80% delle persone non ha l’allacciamento all’acquedotto e conta solo sulla falda per l’acqua ad uso domestico o agricolo. Queste preoccupazioni, come nel 2022, hanno innescato proteste e mobilitazioni dal basso, con il supporto della lista civica San Giorgio Bene Comune. Senza contare che a livello regionale anche PD, AVS, Forza Italia e perfino Fratelli d’Italia si oppongono alla proposta leghista.

Che fare?
Con il rinnovo della proposta di ampliamento si è riaperta anche la raccolta firme, con l’obiettivo politico di raccoglierne più di 1405 sui moduli cartacei, per superare i voti presi dal sindaco Pettenuzzo alle scorse elezioni comunali, al netto delle 3500 già raccolte online. Il dato numerico è importante non per una semplice rappresentazione quantitativa della vicenda, ma anche qualitativa.
La raccolta firme è infatti riuscita a catalizzare la partecipazione di un buon numero di persone, pur in un ambiente molto ristretto in cui spesso si vive in un clima di paura che disincentiva le prese di posizione pubbliche. Viviamo un tempo di grande crisi della democrazia, in cui la fatica esistenziale di esporsi politicamente si fa sentire anche solo per esercitare il minimo gesto di partecipazione politica – il voto. O forse non si riesce a cogliere il senso di una democrazia che non riesce più a distribuire giustizia sociale. Quindi, in tempi come questo, la mobilitazione popolare di San Giorgio in Bosco vuole dire qualcosa: esprime l’urgenza di agire e fare pressione su problematiche concrete e tangibili, mentre la politica dei partiti viene percepita come distante e volatile. Forse le forme di partecipazione politica stanno evolvendo e anche chi è rimasto sfiduciato dalla politica vecchia ora sente la necessità di ripartire da una lotta condivisa e necessaria di cui può apprezzare gli effetti concretamente.
Insomma, una coscienza collettiva sembra esistere ancora nella ricerca di nuove forme di impatto di chi non vuole abbandonarsi all’egemonia della rassegnazione.

La lotta comunque non è ancora terminata. Il 22 gennaio prossimo è fissato l’appuntamento in Regione per la Conferenza dei Servizi, in cui un’equipe di tecnici valuterà il passaggio da agricoli a produttivi dei 43mila metri quadri di terreno, cui seguirà il voto in Consiglio Comunale. Qualunque sarà l’esito di questa campagna di mobilitazione, rimarrà comunque la testimonianza di una nuova sensibilità che sta nascendo là dove la vecchia politica non lascia alle comunità spazio di azione e di rottura dell’inerzia. Nell’attesa è bene tenere presente quali siano i reali costi e benefici, specialmente in termini ambientali, di un simile progetto, ma soprattutto continuare ad esercitare pressione con i mezzi a nostra disposizione.
